78. I gesuiti, strumento della Controriforma.

   Da: K. Kaser, Riforma e Controriforma, Vallecchi, Firenze, 1928

 In questo brano si delineano innanzitutto i motivi che spinsero
un nobile basco, Ignazio di Loyola, alla fondazione, nel 1539, di
un nuovo ordine monastico, quello dei gesuiti. In seguito si
tratteggiano i caratteri e gli scopi che distinsero l'ordine, tra
i quali primeggi quello dell'obbedienza e dell'assoluta fedelt
al papa, che lo avrebbe portato in prima linea nella difesa
intransigente del Cattolicesimo, gi durante il concilio di
Trento.


   L'uno e l'altro aspetto della Controriforma, l'aspetto
riformatore e l'aspetto guerriero, trovano la loro compiuta
espressione nell'ordine dei Gesuiti.
   Il fondatore di quest'ordine, Ignazio di Loyola, nobile basco,
secondo il costume della nobilt aveva nella sua giovinezza
abbracciato la carriera delle armi. Una grave ferita toccata
all'assedio di Pamplona nel 1521, durante la guerra franco-
spagnola, lo rese inabile al servizio a cavallo. La lettura delle
vite dei Santi, alla quale egli si era dedicato con entusiasmo
durante la lunga malattia, fece sorgere in lui il pensiero di
cogliere al servizio di Dio gli allori che gli erano ormai negati
sul campo di battaglia, di diventare un santo come san Francesco e
san Domenico. Non dunque come Lutero dalla necessit di
redenzione, ma dall'ardente ambizione, Ignazio di Loyola fu tratto
alla carriera ecclesiastica. Egli non voleva trascorrere la sua
vita nell'inerte ascetismo, ma agire nel mondo e per il mondo come
combattente del Signore. Dopo la sua guarigione, Ignazio and in
pellegrinaggio sul Monserrato, il sacro monte dell'Aragona e l,
applicando in senso ecclesiastico gli ideali dei romanzi
cavallereschi spagnoli, tutto si dedic al servizio della Vergine
Maria. Nel convento domenicano di Manresa raggiunse la sua piena
maturit spirituale. Attraverso aspre lotte interiori,
incoraggiato da costanti visioni, egli si convinse d'essere stato
scelto da Dio, nella sua grazia, a suo strumento in terra.
   Gravi ostacoli gli impedirono di porre in atto il suo
divisamento di dedicarsi alle conversioni degli infedeli in
Oriente. Si diede tutto, allora, a formare il suo spirito,
studiando nelle scuole superiori di Alcal e di Salamanca, ed
infine alla Sorbona di Parigi, ch'era ancora il centro della
cultura cattolica. Il suo soggiorno a Parigi ebbe su di lui la pi
profonda influenza; in quel periodo nacque in lui l'idea di
fondare un ordine che non si dedicasse, come gli altri ordini gi
esistenti, alla preghiera e alla santificazione dei suoi
componenti, ma, libero da ogni impaccio di regole claustrali,
esercitasse praticamente il Cristianesimo, servendo ai grandi
scopi della Chiesa. A Parigi si raccolse intorno a Ignazio di
Loyola una piccola schiera di uomini, tutti destinati ad emergere
pi tardi acquistandosi un posto glorioso nella storia
dell'ordine. L'assoluta devozione al papa, caratteristica
dell'ordine, ci appare gi qui espressa nel nuovo voto aggiunto,
sia pure incidentalmente, ai soliti tre voti monacali [e cio di
povert, obbedienza e castit]. [...].
   Nell'autunno del 1539 papa Paolo terzo dava al nuovo ordine la
sua approvazione e Ignazio di Loyola veniva eletto supremo
generale dell'ordine. La costituzione dell'ordine ricorda in ogni
sua linea il passato militare del suo fondatore, tanto che si pu
caratterizzarla come una gerarchia di ufficiali, retta da un
generale con poteri illimitati. Solo il ben disciplinato controllo
cui tutti i membri dell'ordine, dall'ultimo novizio al generale,
sono sottoposti, [...] mitiga alquanto questo rigido sistema
autocratico. Ma il primo dovere del gesuita, il dovere che Loyola
sa inculcare ai suoi discepoli con i pi diversi e immaginosi
espedienti, rimane il dovere dell'obbedienza. Per il gesuita il
suo capo rappresenta Cristo; i suoi comandi egli deve porre ad
esecuzione rinunciando del tutto alla sua volont, al suo
criterio, alla stessa sua coscienza morale. Se un ordine gli
sembra peccaminoso, egli deve esporre il suo dubbio al suo
superiore; ma obbedire poi con tranquilla coscienza, dopo la
decisione definitiva. [...].
   Non esiste un'organizzazione che come l'ordine dei Gesuiti
vincoli completamente un uomo, estinguendo del tutto la sua
personalit: all'ordine il gesuita deve sacrificare volont,
ragione e coscienza, per amore dell'ordine deve staccarsi dalla
patria e dalla famiglia. Fino ai nostri giorni si  conservata in
vigore la norma del Loyola, per cui i singoli collegi, affinch
sia tutelato il loro carattere internazionale, devono essere
composti di membri appartenenti a nazioni diverse. Il gesuita  un
senza patria, che ha per patria tutto il mondo; dove il generale
lo manda egli deve andare, adempiendo ciecamente gli incarichi
ricevuti. In compenso della piena rinuncia alla sua personalit, e
ad ogni legame naturale, il gesuita ha la coscienza di appartenere
ad un ordine che  lo strumento diretto della divinit.
   Ma quali sono gli scopi religiosi che l'ordine si propone? Noi
sappiamo che Loyola e i suoi primi discepoli disegnavano in
origine di farsi missionari fra i pagani; di fronte agli ostacoli
materiali e immediati essi non rinunciarono tuttavia a questo
punto del loro programma. Francesco Saverio si acquist in India e
nel Giappone, con la santit, l'appellativo di Apostolo dei
pagani, e del resto, fino ai nostri giorni i Gesuiti sono rimasti
un ordine missionario di grandissima importanza.
   Tuttavia la Compagnia di Ges era destinata a svolgere
un'azione di importanza veramente storica, non convertendo i
pagani, ma come strumento della Controriforma. Gi Loyola, di
fronte agli ostacoli che si opponevano all'esecuzione della prima
parte del suo voto, si era subito volto all'esecuzione della
seconda. Egli voleva che il suo ordine fosse considerato come una
specie di spirituale guardia del corpo del pontefice.
   N il papa tard a rendersi conto dell'inestimabile beneficio
che gli poteva venire dall'avere ai suoi ordini quell'eccellente
esercito e per la purificazione e la restaurazione dello spirito
cattolico. Presto vedremo i Gesuiti all'opera; e prima che
altrove, nella Controriforma tedesca.
   Attraverso la predica, la confessione, l'istruzione, i Gesuiti
riuscirono a penetrare con la loro influenza in tutti gli strati
sociali. I discepoli del Loyola erano eccellenti predicatori,
capaci di valersi di ogni forma di persuasione. La loro posizione
di confessori dei principi li portava vicini alla politica, dando
loro modo di esercitare un'efficace azione sulla loro coscienza e
sui loro atteggiamenti. Pieno successo ebbero d'altra parte gli
infaticabili sforzi di Loyola per fare della Compagnia anche una
scuola, che prendesse cura della formazione intellettuale dei
giovani, accompagnandoli dagli studi elementari fino agli studi
superiori di carattere universitario. [...]
   Un primo prezioso servigio i Gesuiti resero al Papato in
occasione del Concilio di Trento, massima espressione della
Controriforma. Lungamente auspicata, faticosamente preparata, due
volte interrotta, quella grande assemblea della Chiesa pot
condurre a termine la sua opera solo nel 1562-1563. I protestanti,
che nel 1557, secondando il desiderio dell'imperatore, avevano
mandato a Trento i loro rappresentanti, nel momento definitivo
rimasero assenti dal sinodo, che gi nelle sue precedenti sedute
aveva respinto l'essenza delle dottrine protestanti, rivelandosi
completamente guidato dal pontefice. L'oggetto delle trattative
veniva delimitato dai legati pontifici, che nei casi importanti si
facevano prima dare istruzioni da Roma; le decisioni dovevano
essere confermate dal papa. Cos il concilio aveva assunto la
fisionomia di una rappresentanza del solo mondo cattolico; anzi,
poich ne erano rimasti lontani anche la maggior parte dei vescovi
tedeschi,  pi esatto dire, del solo mondo cattolico-latino. I
suoi compiti erano la definizione dei dogmi intorbidati dalle
discussioni degli eretici e l'esecuzione delle riforme ritenute
necessarie anche dalla Chiesa.
   Nell'ultimo periodo del concilio tridentino le trattative
presero un'andatura molto vivace. La Curia venne a trovarsi in
contrasto con le potenze temporali che caldeggiavano una soluzione
del problema delle riforme piuttosto spinosa per il Papato; ed
anche molto accentuata appare l'antitesi fra la volont del
pontefice, la sua illimitata autorit e quella parte degli
intervenuti al concilio che, fedele alle idee del secolo
quindicesimo, cercava di contrapporre al Papato l'autonomia
dell'episcopato. L'imperatore Ferdinando primo (1556-1564), al
quale il movimento evangelico dava gi troppo da fare nei suoi
paesi, ed il governo francese, che assisteva ai rapidi progressi
del Calvinismo, appoggiati dalla Spagna, domandavano riforme
decisive: purificazione della Chiesa dal capo alle membra, riforma
della Curia e del collegio cardinalizio, matrimonio dei sacerdoti,
liberazione del concilio dal prevalente influsso papale. Ancora
pi pericolose erano le proposte dell'episcopato spagnolo, rivolte
contro la supremazia pontificia. Inflessibili l dove si trattava
del dogma, questi vescovi spagnoli in materia di costituzione
ecclesiastica mantenevano un contegno molto indipendente. Essi si
richiamavano all'origine divina dell'ufficio vescovile,
ricordavano che il papa e i vescovi sono fratelli, figlioli di una
stessa madre, la Chiesa, sostenevano che il papa era nominato loro
capo per scopi pratici di buona amministrazione, ch'egli aveva
l'ufficio dell'interprete e non quello del legislatore; una tale
dottrina minava le radici dell'assolutismo papale. Se i vescovi
traevano il loro potere direttamente da Dio, essi erano pari al
papa. Risorse anche la vecchia contesa sopra i rapporti fra il
papa e il concilio. Con l'opposizione spagnola si allearono anche
le tendenze gallicane [relative alla Chiesa di Francia, di
carattere autonomistico] dei prelati francesi che volevano
concedere al papa solo un alto ufficio di sorveglianza sopra
l'andamento della Chiesa, richiamandosi alla dottrina di Costanza,
della superiorit dei concilii.
   Cos, il concilio minacciava di condurre alla crisi definitiva
del mondo cattolico, al rovesciamento della costituzione
ecclesiastica. Ma il Papato disponeva tuttavia d'importanti forze
per la sua difesa. Poteva contare sull'esercito di piccoli vescovi
italiani completamente agli ordini di Roma, che formavano la
stragrande maggioranza del concilio e spesso venivano a trovarsi
duramente in attrito con gli Spagnoli e i Francesi. La Compagnia
di Ges metteva al servizio del papa un fortissimo strumento
spirituale. Essa era rappresentata a Trento da due dei pi sottili
diplomatici, da Lanez, successore di Ignazio nel generalato, e da
Salmern. L'uno e l'altro si schierarono contro le idee
protestanti, difensori rigidi e inflessibili del dogma, avversari
dell'opposizione episcopale, ardenti campioni dei diritti del
pontefice. I Gesuiti a Trento acquistarono grande influenza sul
futuro sviluppo della dogmatica cattolica, che da allora venne a
trovarsi prevalentemente nelle loro mani. Basandosi sulla frase
di Ges a Pietro: Pascola le mie pecore, Lanez cerc di
annientare la tesi episcopale dell'origine divina del loro
ufficio, e di confermare la pienezza dei poteri della cattedra
romana. Solo da Pietro e dai suoi successori derivava il potere
dei vescovi, che spettava al papa delimitare. I Gesuiti erano
intervenuti al concilio gi decisi a sostenere quella tesi della
infallibilit dogmatica del pontefice, che era destinata a
trionfare solo dopo tre secoli [nel Concilio Vaticano del 1870].
   Finalmente la diplomazia pontificia riusc ad avere ragione
anche dell'atteggiamento dei governi, grazie all'amicizia politica
tra la Francia e gli Asburgo, che rendeva impossibile la
necessaria coesione. In compenso del riconoscimento
dell'assunzione al trono del figlio Massimiliano [era stato
simpatizzante del Luteranesimo e per essere incoronato imperatore
s'impegn a non lasciare la Chiesa cattolica], l'imperatore fin
col persuadersi a lasciar cadere la scabrosa formula: riforma nel
capo e nelle membra. Anche il cardinale di Guisa, il potente capo
dei prelati francesi, con suggestive promesse fu guadagnato alla
Curia che col suo appoggio riusc a raggiungere una soluzione
soddisfacente del problema del diritto divino dei vescovi. Come
ai tempi del Concilio di Basilea, i diplomatici della Curia erano
riusciti a fiaccare l'opposizione delle potenze temporali
accordando concessioni ed applicando l'antico principio:  divide
et impera .
   Il concilio tridentino termina col pieno trionfo di Roma.
L'edificio gerarchico e dogmatico della Chiesa ne risulta
nuovamente rafforzato, mentre la restaurazione dell'unit della
fede fallisce completamente. Fra la vera e la falsa fede 
edificata ormai una insuperabile muraglia. Le principali dottrine
del Protestantesimo (sulle Sacre Scritture come unica fonte di
fede, sulla giustificazione per la sola fede, sulla inutilit
delle buone opere) vengono condannate e la Chiesa non abbandona la
tradizionale dottrina dei sacramenti. Ormai ogni cattolico sa che
cosa deve credere e che cosa non deve credere.
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